martedì 7 settembre 2010

Bologna Underground

“Porcavaccatroia”, esclamò il Gobbo puntando un dito verso uno skinhead che stava lamando un anziano barbone.
Lo chiamavano il Gobbo per via del portamento, indossava sempre i suoi luridi stracci da quattro soldi composti da una camicia quadrettata a tinte rosse e verdi e i pantaloni neri a zampa d’elefante. Camminava come una specie di zombie ricurvo, e ad ogni passo lento susseguiva una specie di sbuffo sofferente, il suo look era coerente da anni, capelli lunghi e lisci seguiti da una barba lunga e incolta .
Lo skinhead era proprio il tipico naziskin, ossia, la testa rasata a zero, jeans attillati, bomber nero e anfibi alti.
Si girò verso il Gobbo con sguardo inferocito, gli occhi scuri e la bocca spalancata, urlando cose incomprensibili come: “Azzo, glio di trota, aaaargh, ro che cacco il cu!”, dopodicchè lasciò perdere il malcapitato barbone e si diresse di corsa verso il Gobbo.
Il Gobbo aveva il vizio di uscire armato per via dei vari casi di violenza degli ultimi mesi nei confronti dei senzatetto, solo che lui non era un senzatetto, e non era nemmeno povero, era solo trasandato.
“Figlio di puttana” urlò il Gobbo allo skinhead estraendo la pistola calibro 38 dalla parte destra del bacino, “Ti conviene andar via da qui, frocio di un nazirottoinculo, altrimenti giuro che ti ammazzo”. Puntò la pistola verso lo skin e sparò un colpo all’altezza delle palle.
Il nazi si accasciò a terra, il sangue sgorgava velocemente dal jeans nella zona inguinale e oramai privo di coglioni, iniziò ad urlare con una voce simile al gemito di una femminuccia.


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Quella notte a Bologna non girava nemmeno una pattuglia di sbirraglia lungo le vie del centro, più che altro, gli sbirri erano indaffarati a controllare i documenti delle varie battone che si aggiravano lungo i viali.
OcchiDiTrota era a smerciare droga sotto il portico all’angolo tra via Zamboni e via Rizzoli, la solita roba, Hashish, Marjuana e qualche pezzo di coca tagliata con anfetamine.
Il suo cliente abituale, abitualmente intorno alle 23 passava a prendere la solita dose di cocaina.
“Ciao Schizzo, come stai?”, chiese OcchiDiTrota all’abituè.
Era conosciuto col nome di Schizzo per via del suo tag, infatti egli era uno studente modello dell’Accedemia delle Belle Arti. Era conosciuto in tutti gli ambienti artistici e culturali della città.
“Non hai la più pallida idea di cosa ho trovato per strada”, disse Schizzo tutto eccitato, “Ho trovato del materiale importante per il mio prossimo lavoro, farò del puro materialismo. Dammi due pezzi che sta notte devo lavorare parecchio a questa mia nuova idea”.
OcchiDiTrota incuriosito chiese al suo cliente cosa fosse quell’idea tanto eccitante, ma Schizzo lo mandò a cagare dicendo che al momento era un segreto.
“Dai fratello, ormai mi hai messo la pulce all’orecchio, devi dirmelo. Merda!”, disse quasi impietosito OcchiDiTrota.
“Manco per il cazzo!”
Lo chiamavano OcchiDiTrota per lo sguardo da pesce lesso, era sempre fatto e non parlava quasi mai. Le sue origini sicule miste al suo accento quasi bolognese creavano una specie di linguaggio ipnotico, quella sera era logorroico, una cosa abbastanza inusuale per un essere come OcchiDiTrota.


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Gli abitanti di via Petroni avevano sentito uno sparo e nel giro di pochi minuti iniziarono a chiamare la centrale di polizia.
I telefoni della centrale erano tutti occupati da gente che denunciava l’accaduto, e il commissario Caccamo si precipitò alla centralina per avvisare chiunque dei suoi fosse nei paraggi di andare sul luogo della sparatoria.
Il brigadiere Pasquini stava intimamente perlustrando una prostituta rumena senza il regolare permesso di soggiorno, la sua lingua affondava la vagina della battona quando, alla radio, sentì della sparatoria. Imprecò contro tutti i santi perchè nel momento più bello era costretto ad accantonare la sua azione quotidiana.
“Maledetti bastardi” disse, poi prese la radio e rispose. “Qui il brigadiere Pasquini, pattuglia di servizio notturno numero 45, mi dirigo in via Petroni a fare un controllo”. Salutò la prostituta con una palpatina alle tette e accese le sirene dell’ Alfa 33, dirigendosi a velocità massima verso le vie del centro.
Durante il percorso pensò alle solite risse tra clandestini, tossici, spacciatori e meditò di ammazzarli tutti un giorno. “Quei figli di una puttana non fanno altro che creare bordelli ovunque, prima o poi li ammazzerò tutti quanti!”.


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L’ambulanza correva a sirene spiegate, alla guida Guido muoveva l’automezzo in una specie di slalom intenso. Le macchine sentendo la sirena si spostavano alla destra della carreggiata.
“Dicono che un coglione è scomparso, l’uomo riversa sulla strada semicosciente” disse Mauro.
Guido era filoanarchico, di famiglia anarchica. La sua passione principile era quella di andare nei centri fascisti e pseudo nazisti munito di molotov.
Suo nonno era un partigiano morto durante la seconda guerra mondiale, a detta di suo padre i fascisti lo impiccarono lungo le vie di Trieste.
Mario era il collega di Guido, entrambi entrarono a far parte dell’azienda ospedaliera Sant’Orsola alla fine degli anni 90. Oramai colleghi da diversi anni, i due diventarono amici per la pelle. Anche Mario così come Guido, nutriva un disprezzo e un odio verso i fascisti.
Il padre di Mario era un assiduo frequentatore dei salotti della destra bolognese. A casa nascondeva mezzibusti di Mussolini e si atteggiava da dittatore nei confronti dei familiari, una specie di padre padrone.
“Spero che sia uno skin” disse Guido rivolgendosi a Mario.
“Cazzo, quelli non hanno le palle per affrontare una persona da soli!”
Il traffico era intenso, attorno alla città si formava una leggera cappa piena di smog.
"Mi sta proprio sul cazzo Berlusconi" disse Mario.
Capitava che di tanto in tanto parlavano più o meno delle solite cose.
"A me sta sul cazzo tutta la sua famiglia, imprenditori privi di scrupoli e adesso anche politici. La figlia soprattutto mi sta sul cazzo, ma due colpi glieli darei comunque" disse Guido.
“Sai, una volta la Mondadori mi propose una pubblicazione di un vecchio racconto, io li mandai a fare in culo perchè non ero interessato a pubblicare per dei mercenari. Vedendo come stanno le cose adesso, sono abbastanza fiero di me e della mia scelta” disse Mario.
“Basta con questa storia, era pure un racconto del cazzo. La vita di un nano che diventava padrone di una nazione e la portava allo sfascio. Oltre ad essere un racconto razzista, era pure una gran cazzata. Leggi Michail Bakunin” disse Guido.


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Il Gobbo si era dileguato da via Petroni, lasciando il corpo dello skinhead in una pozzanghera di sangue. Dopo circa 5 minuti di fuga, passando per le varie stradine che circondano il centro storico, si andò a rinchiudere in un bar di sua conoscenza, sedette al bancone e dopo aver fatto un cenno con la testa chiese il solito.
Il barista, conosciuto con il nome di JackLoSquartatroie, gli servì un Oban e un bicchiere d’acqua.
“Cazzo ti è successo Gobbo, sembri sconvolto” chiese JackLoSquatratroie.
Il Gobbo non rispose a quella domanda solo perchè dentro la sua testa pensava a ripensava a quello che aveva appena fatto, e la sua bocca aveva un sorriso maligno.
“Allora? Cazzo è successo amico?”
"Ci sei? Sembri sconvolto, Gobbo!"
Il Gobbo, infastidito da quelle domande tipo sbirro, alzò lo sguardo verso il barista e lo fissò dritto negli occhi senza dire nemmeno una parola, bevve tutto il liquido all’interno del bicchiere e ne richiese un’altro.
“Scolta, prima mi dici cosa è successo e poi ti offro un bicchiere del miglior whiskey”, rispose Jack.
Aveva quel soprannome per via del fatto che era bruttissimo, tempestato dall’acne e una calvizia a chiazze, un pancione enorme da birra e alto circa un metro e 58, non vedeva un pelo di fica da quando era nato e l’unico suo sfogo erano le prostitute che lavoravano in strada nella tarda notte. JackLoSquartatroie, nessuno sapeva il suo vero nome e tutti lo chiamavano Jack.
“Senti buco di culo” disse il Gobbo, “Io ho ordinato da bere e tu adesso vai a prendere la bottiglia e la versi dentro questo fottuto bicchiere. Di quello che fai tu nella tua monotona giornata non me ne frega un cazzo e la stesso discorso vale anche per te”.
“Okkey, okkey Gobbo, tranquillizzati un pò.... Hai sentito prima, c’è stato un rumore simile ad una pistolata.”


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Il brigadiere Pasquini passò all’angolo tra via Zamboni e via Rizzoli e notò uno spacciatore e un tossico in fase di baratto, decise di non fermarsi proseguendo la sua corsa verso il luogo della sparatoria.
“Tanto vi ho riconosciuto brutti figli di una vacca, non appena finisco con questa cagata dello sparo giuro che vi verrò a cercare ovunque voi siate” pensò.
Pasquini era noto negli ambienti nazi con lo pseudonimo di Dux, nella spalla aveva tatuato una riproduzione di Mussolini con il braccio destro teso. Disprezzava i punk, i neri, i gialli, i gay, gli arabi, gli americani, la politica attuale, i negozi dei pakistani che avevano ammazzato l’economia locale con i loro prezzi low cost, odiava Berlusconi, la musica popolare irlandese, odiava Marco Masini, insomma odiava il mondo e qualche volta odiava anche se stesso.
Il suo amico camerata, sotto la protezione di Pasquini, tutte le sere andava in giro a picchiare barboni e extracomunitari.
Tutti i fine settimana, non appena aveva la possibilità, si spostava insieme al suo amico in quel di Roma. A casa Pound ritrovava la sua vera famiglia. Aveva fatto richiesta di trasferimento nella capitale più volte ma continuamente veniva rifiutata.
Odiava Bologna, piena di nemici rossi e anarchici.
Odiava tutto.

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Il maestro unico di una delle tante scuole elementari bolognesi e anche noto musicista nell’underground cittadino, stava attraversando le strisce pedonali in via Zamboni all’angolo con Piazza Verdi quando, un’auto della polizia che correva a sirene spiegate lo investì sfiorandogli un braccio con lo specchietto destro.
“Figli di puttana!” urlò..
Tornò a camminare sotto il portico pensando alla giornata estremamente stancante appena trascorsa. A scuola la vita continuava in maniera monotona, ogni anno insegnava sempre le stesse cose e a volte anche agli stessi bimbi ripetenti
La nostalgia per la sua terra natia ormai era insistente, desiderava tornare nella sua amata Sicilia almeno per un mese in compagnia della sua amata.
Amava Bologna, la città rossa, ricca di eventi culturali e locali dove sbronzarsi con del buon vino, amava la musica e la letteratura, amava il cinema soprattutto la filmografia di Lynch.
Camminava sotto il portico con lo sguardo rivolto verso la pavimentazione, non voleva calpestare nessuna merda di cane perchè non sopportava il puzzo, una volta ogni tanto alzava la testa per vedere la gente che affollava la via, notò uno spacciatore insieme al suo amico Schizzo.
“Hey Fobico!” disse Schizzo al maestro.
Il maestro suonava in una band di pazzoidi, gli Entrofobesse, e Schizzo si divertiva a chiamarlo cosi.
“Una volante di sbirraglia mi ha quasi investito” disse il maestro.
“Quei figli di una troia, abusano del loro potere solo perchè indossano un fottuto distintivo, l’esercito dello Stato pronto ad uccidere chiunque ostacoli le leggi. E poi la chiamano democrazia!”, disse OcchiDiTrota.
“Chi cazzo è questo?” chiese il maestro.
“Of course, non fanno altro che...” disse Schizzo.
“Cazzo hai nella giacca, la tasca sta sanguinando” chiese il maestro a Schizzo.

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Adolfo era riverso per terra e stava ormai perdendo tutte le forze, il sangue continuava ad uscire dai genitali e la sua mente viaggiava verso ricordi non troppo remoti.
Sul petto aveva tatuata una svastica e sotto di essa il numero 88, una ragnatela sul gomito destro e un aquila sulla schiena, nelle nocche della mano sinistra le lettere fuck, mentre sulla destra la parola hate.
Ricordò la sua prima vittima, un marocchino che era appena arrivato in Italia, prese la catena ed iniziò ad infliggere colpi sugli stinchi. Il marocchino si gettò a terra e Adolfo con i suoi anfibi Dottor Martins gli diede un calcio sul naso.
La sua seconda vittima fu un giovane omosessuale all’uscita di un locale gay, quella sera Adolfo era in compagnia del Dux. Dopo aver seguito la vittima per circa 10 minuti, iniziarono a urlargli parole tipo “Fottuto frocio, checca di merda” e altre cose del genere, dopodicchè lo raggiunsero e mentre il Dux lo teneva sottobraccio, Adolfo con potenza inaudita si lanciò con la gamba in direzione delle palle e ogni colpo che infliggeva urlava “Frociodimmerda, anche tu hai le palle! Usale!”.
Adolfo era uno skinhead storico, conosciuto in tutti gli stadi italiani ed europei, il migliore con la cinghia. Amava andare allo stadio e tendere il braccio destro, fare rissa con i tifosi avversari colpendoli con la fibia del cinto, cantare faccietta nera e fare il verso della scimmia tutte le volte che un giocatore nero toccava il pallone.
Ripensò alla sua ultima rissa da stadio durante il derby Roma-Lazio, le telecamere lo inquadrarono mentre picchiava con la cinta dei jeans un tifoso romanista, e così la questura di Roma gli diede il DASPO per 3 anni. Fù così che Adolfo iniziò a picchiare gli extracomunitari e i barboni per strada.
La conoscenza linguistica del sottoscritto si riduceva a 150 frasi, quali: Figlio di puttana, musogiallo cirrosico, frociomerdosobucodiculo, hail hitler, dux mea lux, pakistano merdoso musulmano etc. etc..


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L’ambulanza arrivò prima della polizia, Guido e Mario si precipitarono con la barella sul nazi ferito. Alcuni abitanti della zona avevano tamponato la ferita del nazi facendo cessare l’emorragia, ma lo skin non dava segni di vita, aveva perso conoscenza.
“Qualcuno di voi sa come si chiama?” chiese Mario.
“Adolfo” rispose Guido facendo un ghigno di soddisfazione.
Lo skinhead era privo di testicoli e anche di conoscenza, Guido e Mario lo caricarono sull’ambulanza quando la volante con il brigadiere Pasquini arrivò.
Dalla vettura scese il brigadiere e si avvicinò ai due ragazzi, poi diresse lo sguardo verso il ferito e notò che si trattava del suo amico Adolfo.
“Cazzo è successo?” chiese.
“Gli hanno sparato allo scroto e ha perso entrambi i testicoli” disse Mario mentre Guido si tratteneva dal ridere.
“Figli di puttana” disse Pasquini e poi avvicinandosi al suo amico con occhi lucidi disse “Giuro che scoprirò chi è stato a ridurti così e non appena lo troverò gliela farò pagare”.
"Non hai ancora visto niente" pensò Guido.
Mario e Guido trascinarono la barella con sopra il castrato all'interno dell'ambulanza, dopodicchè salirono a bordo, accesero la sirena e si fiondarono a velocità massima in direzione del Sant'Orsola.

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In tv Piero Angela documentava gli appassionati di cultura generale su un piccolo villaggio al confine con la Thailandia e la Cambogia dove vivevano donne giraffa ed eunuchi.

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Pasquini prese la sua macchina e si diresse al College Bar, aveva una gran sete e soprattutto una insana voglia di ammazzare qualcuno.
Arrivato davanti al locale, parcheggiò la macchina sulla strada come se ne fosse il proprietario, scese di corsa e andò dentro.
Dietro il bancone c’era Silvia, una ragazza bolognese che lavorava lì da anni, quella sera era in tiro, una veste nera stretta sulle tette che le schizzavano di fuori e sulla vita, il culo era alto e sodo, una piccola pancia da bevitrice, i soliti capelli rossi tinti e gli occhi verdi, tutte le volte che sorrideva una carie nel canino destro rovinava quel bel visino.
“Cosa posso fare per lei” disse Silvia.
“Qualcosa di potente” rispose Pasquini.
“Le posso fare una pompa idraulica oppure se vuole un fuoco in bocca”
“Non è il momento per un pompino” rispose il poliziotto.
“Sono nomi di cocktail,, la pompa idraulica è fatta con alcool puro, sambuca, liquore al caffè, vodka liscia, mentre il fuoco..”
“Vada bene per la pompa, fai in fretta”.
La ragazza versò un terzo di sambuca, un terzo di liquore al caffe e un terzo di vodka liscia dentro una piccola scodella, poi prese un bicchiere da shot e mise un pò di alcool puro, lo versò dentro la scodella facendo attenzione che la pozione non si mischiasse con l’acool, poi prese un accendino e diede fuoco al bicchiere con dentro lo spirito incolore, prese un bicchiere più grosso e lo mise sopra il bicchiere da shot, la pozione colorota si mischiò con l’acool spegnendo il fuoco, sollevò il bicchiere più grande tappandolo con una mano e diede il bicchiere da shot allo sbirro, Pasquini lo bevve tutto d’un fiato, dopodicchè la ragazza gli porse il bicchiere più grande intimandolo a inalare il contenuto, Pasquini eseguì e dopo una profonda inalazione iniziò a tossire.
Lo sbirro si diresse all’uscita senza pagare il conto mentre Silvia iniziò a urlargli addosso la qualsiasi.
“Bastardo, devi pagare brutto figlio di una puttana, chi cazzo ti credi di essere, io ti spacco il culo, fottuto morto di fame, devi pagare bastardo!”
Il brigadiere prese la macchina e si avviò per mete sconosciute.

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“La morte non guarda in faccia nessuno, figliodiputtana, tutti uguali. BIANCHI, NERI, GIALLI, ROSSI, RUSSI, ALBANESI, ALGERINI, GAY, ETERO! TUTTI UGUALI” urlò Guido, “ E TU, EUNOCONHEADELCAZZO, STANOTTE MORIRAI DISSANGUATO COME UN MAIALEEEEE!” disse Guido.
Mario svoltò in direzione opposta all’ospedale, per lui si stava idealizzando un sogno... uno skin senza palle e sanguinante.

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La volante con Pasquini percorreva via Zamboni e quando raggiunse l’angolo con via Rizzoli, vide tre ragazzi che parlavano, avevano l’aria sospetta e tra di loro riconobbe uno spacciatore. Tirò il freno a mano lasciando una striscia di gomma sull’asfalto e nonappena la macchina si fermò, scese dall’auto e andò verso i tre.
“E’ un coglione” disse Schizzo, “Un coglione fresco fresco e sanguinante”.
“Cazzo ci fai con un co...” provò a dire il maestro quando Pasquini si avvicinò a loro e disse “Documenti, datemi i fottuti documenti, oggi vi inculo a tutti e tre”.
Non appena Pasquini disse quelle parole, Schizzo prese l’involucro contenente il testicolo e provò a gettarlo a terra facendo in modo che il brigadiere non se ne accorgesse.
Splash...
L’involucro, sbattendo sul pavimento, si aprì mostrando a tutti quanti l’oggetto che nascondeva.
Il coglione ancora pieno di sangue era a terra, Pasquini lo osservavò senza credere a ciò che vedeva. Furono attimi di silenzio, nessuno parlava e i minuti sembravano anni.
Alcuni passanti guardarono disgustati la scena, un ubriacone vomitò in un angolo vicino e l’aria era gelida, immobile.
Pasquini guardò dritto negli occhi di Schizzo, poi riguardò il testicolo e dopo aver fatto alcuni calcoli mentali lanciò un pugno sul setto nasale dell’artista, poi con violenza inaudita colpì ripetutamente il viso del malcapitato.
Occhiditrota e il maestro scapparono da quel posto dividendosi e Pasquini non se ne rese conto.
Il volto di Schizzo non esisteva più, era disteso a terra inanime e Pasquini continuava ad infliggere colpi sul corpo e sul volto dello sventurato.
Attorno a loro l’indifferenza dei passanti.

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Lo skin aveva ripreso conoscenza, nonostante il sangue perso.
Guido prese un bisturi dalla casseta di soccorso e recise la zona inguinale del jeans, poi avvicinò l’oggetto al pene e con un taglio netto lo recise.
“AAAAAAAAAAAAH!”, un urlo assordante uscì dalla bocca dello skin.
L’ambulanza stava attraversando un incrocio trafficato, e quando Mario si voltò per capire cosa stesse succedendo, si schiantò contro un camion pieno di verdura.
La testa di Mario si spiaccicò sul parabrezza e il vetro si frantumò in mille pezzi, alcune scheggie si conficcarono nel cranio dell’autista, altri lo colpirono nelle braccia e nelle gambe, uccidendolo sul colpo. Guido andò a sbattere nel lato destro del veicolo, il bisturi che teneva in pugno lo colpì alla gola squarciandola, alcune bombole di ossigeno caddero sul corpo mentre fiumi di sangue sgorgavano dalla vena giugulare, morì soffocato dal suo sangue.
Adolfo, legato con le cinghie sulla lettiga non venne catapultato da nessuna parte ma dopo alcuni minuti morì dissanguato.

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Il Gobbo uscì dal pub barcollando, si diresse a casa e come se nulla fosse successo andò a dormire rifugiandosi nel caldo letto accompagnato dal dolce suono della pioggia che iniziava a cadere dal cielo.