"Sucaaa! Figghiu i buttana!" La pistola Beretta M34 di Turi u Porcu(affiliato alla famiglia di Cosa Nostra) premeva con forza sulla fronte di Giacomino Pecora Zoppa(affiliato al clan della stidda gelese).
Bang... Bang... Bang...
Tre colpi secchi nella tempia fecero fuoriuscire schizzi di materia grigia mista a sangue dalla parte posteriore della scatola cranica.
Il corpo privo di vita di Giacomino era riverso a terra, immerso in una pozza di sangue sempre più ampia.
Turi u Porcu era un uomo impavido, privo di scrupoli. Nella sua lunga carriera da serial killer mafioso aveva più di 120 omicidi, tra di loro anche gente innocente uccisa da pallottole vaganti.
Correva l’anno 1990, in quel periodo la guerra tra le cosche rivali della cittadina gelese aveva una media di 2 morti ammazzati al giorno.
Turi u Porcu era un allevatore di bestiame, pecore, maiali, galline e cani da combattimento, amava giocare d’azzardo e sniffare eroina.
Affiliato al clan dei Madonia, Turi aveva iniziato la sua carriera criminale in giovane età.
Non aveva amici e nemmeno donne, le sue uniche prestazioni sessuali si consumavano con la più seducente pecora del gregge. Raggiungeva l’estasi tutte le volte che Concettina la pecorina belava.
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2 Ore prima.
Cuciuzzu u pazzu era appena partito, in sella ad una moto rubata, per una spedizione punitiva verso la città limitrofe di Vittoria. Insieme a lui c'era Occhi i Crastu, uno spietato killer della stidda.
Il loro obiettivo era un tale conosciuto con il nome di U Spaccinu, smerciava droga nell’area gelese e vittoriese senza il permesso della stidda.
Nonostante i vari avvisi da parte della cosca mafiosa, U Spaccinu continuava insistentemente a spacciare nel terriotorio di non appartenenza perchè protetto dal clan dei Madonia.
"Mi finiu u rumpiri i cugghiuna stu figghiu i buttana" disse Cuciuzzu.
La moto viaggiava ad una velocità non oltre il limite consentito, onde evitare una qualsiasi pattuglia di polizia stradale. Addosso, nascoste tra le tasche del giubotto, avevano entrambi delle pistole non registrate e con il numero di matricola cancellato.
Cuciuzzu u pazzu, ancora minorenne e di famiglia mafiosa, era un eroinomane accanito. Prima di commettere un qualsiasi reato si inniettava in vena robba di prima qualità. Lui era dedito allo smistameneto e al taglio degli stupefacenti.
Occhi i Crastu, aveva due orbite che schizzavano fuori dalla faccia, il viso era ricoperto da acne e sembrava quasi in fase di decomposizione, intratteneva rapporti sessuali con varie prostitute nigeriane che testava prima di mandarle in strada. Occhi i Crastu aveva la sifilide.
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Un bambino grassottello di circa 12 anni stava giocando a Pac-Man in una salagiochi nei pressi del centro storico. Vicino a lui, alcuni affiliati al clan di Cosa Nostra giocavano a carambola. Erano circa le 18.00.
"Chi perde paga" disse U Ragioniere. Lo chiamavano così perchè era l'unico del gruppo ad aver conseguito il diploma. Il padre, un umile operaio dell'indotto, aveva fatto un sacco di sacrifici per poter dare un futuro migliore ai propri figli ma, per ragioni del tutto sconosciute, U Ragioniere decise di intraprendere la strada della violenza. Film come Mery per sempre, Il Padrino, Scarface, avevano intaccato il futuro del giovane.
Insieme a lui c'erano Peppe, che di mestiere faceva il netturbino, e Antonio, abile nel manovrare coltelli e fucili. Antonio era un macellaio e un killer, così come il padre, il nonno, il bisnonno e il trisavolo.
La famiglia di Antonio era stata sterminata quasi tutta, infatti il muro affianco al suo portone di casa era tempestato di carte che annunciavano i vari lutti.
Peppe era un ragazzo silenzioso con lo sguardo da alienato, vestiva sempre con jeans rossi che arrivavano sopra le caviglie, scarpe della Lotto e camicie gialle che variavano di tonalità.
Il fratello di Peppe era latitante da più di due anni, ma nessun familiare aveva sue notizie ormai da parecchio tempo. Alcuni ipotizzavano addirittura che fosse stato ucciso e nascosto all'interno di un pilastro di cemento di una qualche casa abusiva.
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All'incrocio tra via Venezia e Via Tevere, Totò come da consuetudine vendeva frutta e verdura, aveva comprato il suolo pubblico e allestito una baracca per poter vendere i vari prodotti quali: castagne, cachi, lattughe, zucchine, melanzane, patate, limoni etc. etc.. Con lui lavoravano i due figli e la moglie.
Alle 18.00 c'era sempre il solito afflusso di gente che acquistava la merce.
Totò oltre ad essere un fruttivendolo era anche noto alle forze dell'ordine come affiliato al clan di Cosa Nostra, nel suo curriculum una lunga serie di arresti per associazione a delinquere, spaccio di droga, estorsione, riciclaggio.
Durante quei giorni Totò non riusciva più a dormire perchè negli ultimi periodi una guerra tra clan stava insanguinando le strade cittadine, quindi, per poter prendere sonno si nutriva di ansiolitici e tranquillanti ma nonostante tutto, ogni mattina, si svegliava di soprassalto.
Totò aveva una lunga cicatrice sul lato destro del viso, infatti era conosciuto da tutti col sopranome di Sfreggiato.
I figli erano entrambi di sesso maschile, il più grande avanzava ad un'età di 16 anni e già mostrava i primi segni di malavita. Frequentava ancora l'istituto di scuola media superiore Paolo Emiliano Giudice, perchè a causa delle innumerevoli risse con i compagni di classe più piccoli, veniva contiunamente espulso.
Il figlio minore invece, nonostante l'innocente giovinezza (10 anni circa), aveva acquisito tramite gli insegnamenti del padre una notevole domestichezza con le armi da sparo.
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A bordo di una vespa special rossa, Orazio e Nele coperti nel viso da un casco integrale, si dirigevano verso le vie del centro. Entrambi erano amici sin dall'infanzia avendo frequentato l'asilo delle suore nel quartiere Aldisio, erano cresciuti a suon di carrette, carte dei calciatori, palla avvelenata, u l'apuni e le belle statuine.
Sin da piccoli nutrivano interesse per le armi giocattolo e qualche volta si cimentavano a giocare a guardie e ladri.
Il padre di Orazio era un servizievole impiegato all'interno della raffineria gelese, mentre la madre, una nobile casalinga, accudiva ed educava i figlioli. Orazio aveva una sorella più grande e un fratello più piccolo.
Nele invece, aveva un padre quasi sempre assente per via del lavoro, faceva l'autotrasportatore e dopo vari anni di sacrifici riuscì a comprare un piccolo camioncino per il trasporto di frutta e verdura nel nord Italia.
La mamma di Nele lavorava in una panetteria e tutte le mattine si svegliava sempre intorno alle 4 per andare a lavoro quindi, i figli, dormivano a casa dei nonni.
La prima volta che Nele vide un morto fù a casa dei genitori paterni. Il nonno di Nele morì all'età di 98 anni. L'anziano raccontava al nipote le sue avventure durante le due guerre mondiali, la guerra in Libia e delle notti sotto i cieli stellati sugli appennini a fare da guardia contro i nemici comunisti.
Nel polso destro di Nele era tatuata la scritta "Mamma perdonami" fatta durante la sua permanenza nel riformatorio maschile di San Cataldo.
Orazio e Nele erano affiliati alla famiglia stiddara.
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Gela è una città fondata sull'industria, soprattutto sulla raffinazione del petrolio e dei suoi derivati. Prima dell'arrivo di Mattei e del team ENI, in questa cittadina il settore economico era il terziario, pesca, agricoltura e caccia, erano le basi di sostentamento dell'intera popolazione che si aggirava circa a 32.000 abitanti.
Con l'arrivo della rivoluzione industriale e quindi di Mattei, la città ebbe un veloce incremento della popolazione, che negli anni a seguire portò la popolazione ad una densità maggiore.
Nel 1965 il polo industriale fù completato e inaugurato e nel giro di pochi mesi vennero licenziati 650 operai meccanici e mille edili, molti dei quali furono costretti ad emigrare.
A causa dell'industrializzazione la città sprofondò nella violenza e nel sangue, dovuta soprattutto alla spartizione del denaro e alla speculazione da parte delle piccole cosche malavitose.
Durante il periodo di post-industrializzazione, ossia intorno agli anni 80/90, la popolazione subì una minor occupazione lavorativa e di conseguenza il tasso di disoccupazione incrementò. Questa situazione non fece altro che aumentare la percentuale di affiliati alle varie famiglie mafiose che si contendevano il territorio.
A cavallo tra gli anni 80 e 90 scoppiò una terribile faida che uccise in quattro anni un numero altissimo di mafiosi e civili.
Molti ragazzini vennero addescati nei vari oratori sparsi nella città e dopodicchè vennero formati in veri e propri campi militari costruiti dai mafiosi nelle varie campagne circostanti il territorio.
Tra questi ragazzini il più giovane era Mauro, il suo primo omicidio avvenne all'età di 12 anni.
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Giacomino Pecora Zoppa era chiuso dentro il suo appartamento sito in Via Puglia, nel quartiere Carrubbazza. Stava lucidando la sua amata pistola e cantava Si Piccirilla di Gianni Celeste "Dai piglie 'o pane
prepare 'o vino, ma non lo senti che piange il bambino, sì janghe in faccie, sì stanche muorte, dai va un pò a letto e ti chiudi la porta.
Non ci pensare, va a riposare e non mi dire che tieni da fare.
Primm'a salute, comme fa a gente, nun ia pensà a chesti faccende, sì piccirilla, sì a vita mia, nun'ia murì p'a casa mia, lascia stu straccie e va rind'a cucina, rind'o cassetto ce sta a mericina
pigliatelle.
Sì sempe tu stut'a tv, se tu me lasse nun campe cchiù, guarda 'o vaglione s'è addurmentate, forse ha capit ca tu staie malate."
Gianni Celeste spacca pensò Giacomino mentre continuava a lucidare la pistola.
Giacomino aveva trascorso gli ultimi 10 anni all'interno del carcere napoletano di Poggio Reale. All'interno del penitenziario si fece le ossa e il curriculum, diventando uno degli elementi più pericolosi e rispettati.
Una volta uscito dal carcere si affiliò alla famiglia stiddara confermandosi uno degli esponenti di maggior spicco al punto che ogni azione da parte del clan doveva essere prima accettata dal suddetto.
Pecora Zoppa era un uomo senza scrupoli e rimorsi, si eccitava tutte le volte che vedeva sangue e nei periodi di magra, quando non si sparava a nessuno, andava a caccia di animali da torturare.
Una volta diede fuoco ad un gattino appena nato e mentre il piccolo animale prendeva fuoco lui si masturbò.
Dopo un conflitto a fuoco durante i primi anni 80, Giacomino fu ferito da un proiettile sulla gamba destra all'altezza dello stinco rimanendo così menomato, da qui il nome Pecora Zoppa.
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Antonio era in vantaggio per un punteggio di 2 partite a 0 sul Ragioniere.
Peppe osservava la piccola palla di grasso che giocava a Pac-Man ed era meravigliato per la somiglianza tra il personaggio del videogame e quel bambino.
“Sta partita a vinciu iu, quannu era cchiù piccilu mi chiamavinu 8” disse il Ragioniere.
“Non vali un cazzo a carambola, anche quel bambino grassone potrebbe darti una lezione” disse Antonio.
Peppe tirò fuori dal giubotto di jeans un pacco di Malboro, prese l’accendino e ne accese una dopodicchè iniziò a sfottere il bambino.
“Palla di lardo, sai che il pupo giallo ti somiglia parecchio?”
“Vutti i merda, Pall’ i merd’, Budumera”
Continuò così per 10 minuti intensi finchè il bambino lasciò perdere il videogame e scappò via dalla salagiochi piangendo”
Peppe era una persona taciturna, ma quando apriva la bocca lo faceva solo per infastidire la gente.
“Che spacchio fai?” chiese il Ragioniere.
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Erano passate ormai le 18 e i due sicari in sella alla moto rubata erano distanti 20 km da Gela.
Il paesaggio circostante era un ammasso di plastica e capanne, campagne ricoperte da serre per la coltivazione dei pomodori, la terra arida come sempre per la mancanza di acqua piovana. Nonostante fosse inverno la terra continuava ad essere a chiazze rosse e nere, quasi bruciata.
Orazio si voltò indietro per osservare le ciminiere della raffineria oramai sempre più distanti.
“Minchia, pare Niù Iorch” disse tra se e se.
Una Fiat Ritmo gialla sorpassò i due lasciando dietro di sè una scia di fumo nero scaricato dalla marmitta.
“Figghiu i buttana, ietta sangu, bastardo” inveì Cuciuzzu u Pazzu, “Mi ntussicau stu pezzu i merda!”
“Stai calmo cumpà, riorditi chi semmu ncapu a na moto rubata e semmu cu na para i pistoli ngoddu!” disse Orazio.
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Gela, città di orgine greca fu fondata nel 689-687 a.C. Il toponimo Gela deriva dal fiume alla cui foce si erano insediati i colonizzatori.
Nel 580 a .C., coloni di Gela fondarono Agrigento. Tra il 505 a.C. e il 491 a.C., Gela divenne una delle città greche più potenti delle Sicilia, essendo stata tra VI° e V° secolo a.C. la maggiore città-stato siceliota, raggiungendo il suo apogeo con Gelone che si impadronì di Siracusa . Si impossessò di Camarina, occupò Gallipoli, Nasso e Leontini confermandosi padrona incontrastata della Sicilia greca.Insieme ad Agrigento e Siracusa, partecipò alla grande battaglia di Imera che vide la sconfitta di Amilcare e del suo esercito cartaginese forte di trecentomila uomini. A Gela il tiranno Gelone innalzò dopo la vittoria un tempio dedicato a Demètra e Kore, di cui tutt'ora rimane, una colonna in stile dorico. Gelone morì nel 478 a .C..Nel 424 a .C. Gela fu scelta per celebrare la prima convention siciliana. Congresso di pace, Tucidide tramanda il discorso tenuto dal siracusano Ermocrate in cui si invitano tutti i partecipanti a deporre le armi fra di loro per affrontare il nemico comune, gli Ateniesi. L'accordo ebbe breve vita. Sconfitti gli Ateniesi, iniziarono a minacciare l'isola i Cartaginesi, oltre alle rivolte popolari contro gli aristocratici di Gela.
Nella primavera del 405 a .C. i Cartaginesi occuparono e distrussero Gela e Camarina. Grazie a Timoleonte, Gela venne ricostruita, ritornando ad essere una città prospera. Morto Timoleonte l'esercito cartaginese avanzò sempre più contro gli alleati sicilioti, tra cui i geloti. Lo scontro fu un disastro. La sconfitta fu l'inizio della decadenza di Gela e nel 282 a .C. gli agrigentini, guidati da Finzia, distrussero la città.In epoca medievale l’edificazione della città sfruttò i maestosi ruderi di Gela, eliminando fra l'altro numerosi templi e lunghi tratti delle fortificazioni greche. Le due città, quella classica e quella moderna si sovrapposero tanto che la zona archeologica attuale coincide con l'edificato attuale. Dovunque si scavi in città si ritrovano antichi reperti.
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Turi u Porcu amava ascoltare musica classica, leggere Tolstoj, fare lunghe passeggiate nelle campagne, andare ai bordi del lago Biviere ed osservare le varei specie di uccelli che transitavano nella zona prima di avviarsi verso altre aree, in pratica amava la vita ma detestava l’essere umano, una sottospecie di misantropo. Nascondeva queste sue passioni alla gente del suo clan per paura di essere preso in giro, e tutte le volte che si trovava ad una riunione diventava rozzo e volgare.
Durante l’ultimo meeting del clan il Boss Madonia aveva ordinato l’uccisione di Giacomino Pecora zoppa, e Turi u Porcu si offrì volontario.
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Erano le 19 e Nele e Orazio erano arrivati in pieno centro, nelle vicinanze della sala giochi. L’eccitazione era alle stelle, Orazio continuava a toccare un rosario che teneva appeso al collo, mentre Nele toccava continuamente la pistola.
“Ci semmu quasi” disse Nele.
“Allora, entriamo, cerchiamo gli obiettivi e spariamo, mi raccomando deve essere na cosa lesta” disse Orazio.
“Entro prima io e taliu com’è a situazione!”
“Lassa fare a mia, tu parcheggia a vespa” disse Orazio.
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Occhi i crastu e Cuciuzzu u pazzu in sella alla moto stavano varcando l’entrata di Vittoria quando notarono la Fiat Ritmo gialla parcheggiata difronte l’area di servizio di un benzinaio.
“Mi sta firmannu cca” disse Cuciuzzu u Pazzu.
“Avà, eminì chi c’avemmu chi fari, sti minchiati lassili perdiri ppì dopu, ammu a ghiri a ngagghiari ddu fitusu”
“U mma sucari, iu mi fermu”
Di colpo la moto sterzò verso il benzinaio, Cuciuzzu si accostò vicino la macchina ma dentro non c’era nessuno. Il benzinaio aveva allestito un piccolo chioschetto con bevende e rinfreschi, un paio di biliardini da calcio balilla e una piccola televisione, Cuciuzzu si diresse lì.
Al bancone ci stava un tizio altezzoso, spocchioso, vestiva con Levis 501, montgomery marrone, un paio di anfibi Cult e i capelli a caschetto modello Nino D’Angelo.
Il tizio somigliava a U Spaccinu.
Cuciuzzu tornò alla moto e disse a Occhi i crastu di tenerla accesa pronta per un immediata fuga.
“Perchè?” chiese Occhi i crastu.
“C’è u Spaccinu” rispose.
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Giacomino Pecora Zoppa era partito da casa sua e in 5 minuti si trovò vicino la baracca di frutta e verdura allestita da Totò, in quel momento l’affluenza di persone era altissima e lungo via Tevere le auto avevano creato una coda lunga 900 metri.
Giacomino si guardò intorno per calcolare la via di fuga più efficace con la sua moto sprovvista di targa.
“Ok” pensò fra sè e sè, “Appena u mmazzu mi ni scappu ppa solita strata, virè se c’è burdellu ca ma motu mi ni pozzu scappari”.
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Turi u porcu girava per la città alla ricerca di Giacomino Pecora Zoppa, ma risultava del tutto inutile quella ricerca, era da circa mezz’ora che girovagava.
In sella alla sua Vespa Special taroccata(Marmitta a serpintina, cilindrata 125) e ripiena di stampe tipo Malossi, Honda, Asso di mazze, era diventato ansioso quasi come la sua prima scopata con una vera donna.
Dopo aver attreversato tutto il quartiere di Caposoprano e di Macchitella, si diresse verso il centro. In piazza Umberto Primo, notò i soliti anziani che sputavano per terra e si lamentavano della scomodità delle panchine, qualche “Ngagghiacani” che cercava tubisti e saldatori per lavori in trasferta.
Attreversò tutto il corso e poi scelse di scendere per Via Tevere.
Lungo la discesa notò una moto di sua conoscenza con a bordo un tizio munito di casco integrale. La moto era un Husquarna verde chiazzato bianco, simile a quella di Giacomino Pecora Zoppa, ma la cosa che più dava d’interesse al suddetto fù il casco.
Decise di pedinarlo.
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Totò si guardava intorno come preso dal panico, la folla era sempre più ampia e i figli erano indaffarati nel vendere le verdure.
Iniziò a fissare con sguardo inferocito un tizio dalla faccia scura e baffi.
Addosso teneva nascosta, sotto un maglione, una pistola di piccolo calibro che iniziava a dargli noia attorno al bacino e lui continuava insistentemente a toccarla.
Il tizio con i baffi notò il gesto di Totò e si accorse che sotto il maglione nascondeva qualcosa di strano.
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Orazio entrò in salagiochi e vide i tre affiliati al clan rivale, due stavano giocando a carambola mentre un’altro era seduto su una sedia e fumava una sigaretta.
I tre erano voltati di spalle e non si accorsero di nulla.
Nele era ancora fuori con la vespa in moto.
Silenziosamente Orazio prese la pistola e si avvicinò al tizio seduto sulla sedia e disse “Mori bastardu”.
Un colpo diretto alla testa e il corpo di Peppe cadde a terra senza dare nessun segno di vita.
Il Ragioniere e Antonio non appena si accorsero di ciò che successe si gettarono a terra per nascondersi dai colpi di arma da fuoco.
Nele sentì degli spari provenire dall’interno della sala giochi, si affrettò a parcheggiare la vespa ed entrò, vide Orazio con la pistola in mano che girava intorno la carambola alla ricerca di qualcuno, notò il corpo di Peppe riverso per terra e vide il Ragioniere alzarsi da terra e correre verso l’uscita, prese la pistola e sparò due colpi, uno sullo stinco sinistro e uno al petto. Il Ragioniere cadde sul pavimento, il proiettile aveva colpito un polmone perforandolo, respirava male e il sangue usciva a pressione come uno spruzzo d’acqua, Nele sparò un ultimo colpo sul cuore. Il Ragioniere non si rialzò mai più.
Intanto all’esterno della sala giochi incombeva il panico, le persone che sentivano sparare correvano lungo il corso in cerca di un rifugio, per molti dei cittadini gelesi era una cosa abbastanza normale, un abitudine.
Antonio era nascosto sotto la carambola, terrorizzato per com’era non riusciva a muovere nemmeno un muscolo.
Orazio si abbassò e vide che Antonio era bianco in viso e stava tremando, prese la pistola e prima di premere il grilletto disse “Va viri cu ta ficca, ominu i merda!”.
Bang.. Bang.. Bang..
Colpì tre volte il viso di Antonio, prima passando di striscio sul naso che volò via spappolandosi in mille pezzi, il secondo colpo sfiorò la bocca facendogli saltare il labbro inferiore e un pò di mandibola, l’ultimo colpo fù diretto sulla fronte.
Orazio, ormai irriconoscibile nel viso, restò a terra immerso in una pozza di sangue.
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Occhi i crastu rimase in sella alla moto nel parcheggio dell’area di rifornimento mentre Cuciuzzu u pazzu si dirigeva all’interno del chioschetto sprovvisto di casco.
“I cu è sa Fiat Ritmo dda davanti?” chiese Cuciuzzu ai presenti.
U Spaccinu giocava a calcio ballila con altri tre ragazzi, lasciò perdere la partita e si girò verso Cuciuzzu.
“Mia, pirchì?” chiese U Spaccinu.
“Picchì si un figghiu i buttana e a moriri ccà”. Cuciuzzu alzò la pistola sparando una raffica di corpi sul corpo dello spacciatore colpendolo prima su entrambe le braccia, poi sui testicoli e poi, mentre lo sfortunato spacciatore urlava e piangeva, gli ficcò la pistola in bocca e sparò un colpo.
Nel pavimento oltre allo spacciatore, finirono residui di materia grigia.
Cuciuzzu si avvicinò al cadavere e sputò al corpo privo di vità.
“Ppà Stidda” disse e prima di uscire fuori dal chiosco, con tutta la calma possibile, si guardò intorno e notò che non c’era più anima viva, poi con un bel sorriso stampato sulla bocca andò dall’amico, disse che era tutto apposto e che nessuno avrebbe più spacciato a Gela senza il loro permesso, dopodicchè salì in sella alla moto e ripartirono per Gela.
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Giacomino Pecora Zoppa si affiancò con la moto accesa accanto alla banchina predisposta per la bottega di Totò, nonappena il fruttivendolo di Cosa Nostra entrò nel mirino del killer, Giacomino, non esitò a far fuoco.
Bang... Bang...
Due proiettili attraversarono il torace di Totò che cadde sopra alcune casse di pomodori.
Alcuni iniziarono ad urlare, altri scapparono, altri ancora cercavano di capire chi fosse stato a sparare.
I figli di Totò corsero verso il padre, il più grande provò a tamponare le ferite con una mano mentre il più piccolo piangeva a dirotto.
Nel frattempo Giacomino scappò lasciando dietro di sè paura e morte.
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Ore 20.00 circa
Turi u Porcu aveva pedinato Giacomino(dopo la sparatoria) fino a sotto casa e aspettò che il killer stiddaro scendesse dalla moto per aprire il box auto e nascondere la moto.
Silenziosamente si avvicinò a Giacomino e non appena gli fù davanti puntò la pistola sulla fronte premendo con forza e gli urlò “Sucaaa! Figghiu i buttana!”
Bang... Bang... Bang...
Tre colpi secchi……
Gramde Luca!!!
RispondiEliminaahaha dovresti dedicarti piu' alla scrittura che alle turbine!!!
soprattutto meglio per la salute!!!
Continua cosi e nn ti scordare la mia copia autografata!!
Francesco